La tartuficoltura del futuro

Coltivare i tartufi si può: quello che per secoli è stato interpretato dall’uomo come un oggetto misterioso, un prezioso e imperscrutabile dono della natura, un qualcosa di quasi soprannaturale proveniente chissà da chi e chissà da dove, oggi è una concreta realtà agricola che scientificamente produce i risultati voluti.
Una realtà particolarmente virtuosa, che permette di diversificare le attività e quindi le entrate economiche di una azienda agricola e che ha il grande pregio di poter essere posta in opera sia su terreni agricoli di prim’ordine, sia su terreni montani o pedemontani assolutamente non più idonei alle colture tradizionali con i moderni metodi di coltivazione. Una scelta economica, ma anche ecologica: le piante producono ossigeno e la loro ordinata coltivazione permette di tenere sotto controllo e pulite le aree interessate ad essa, a tutto vantaggio della prevenzione degli incendi e della lotta al dissesto idrogeologico. Dal punto di vista del bene prodotto, cioè del tartufo, va sottolineato come, se da un lato la domanda dei mercati è via via crescente, dall’altro la produzione naturale è in forte calo per diversi motivi, tra cui i più importanti sono sicuramente i cambiamenti climatici e dell’andamento delle precipitazioni, l’abbandono della montagna e in particolar modo l’infittimento dei boschi dovuto alla scomparsa della pastorizia e l’eccessivo sfruttamento da parte dell’uomo delle tartufaie.
Alla luce di tutto ciò è quindi corretto affermare che il futuro del tartufo sta nella tartuficoltura: ogni tartuficoltore, con la cura e la passione per la propria tartufaia, coltivando un proprio interesse privato concorre quindi a costruire qualcosa di superiore in termini di ecologia e ecosostenibilità.